MODELLI TEORICI
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT: Cognitive-Behavioral Therapy) nasce negli anni ‘60 con Aaron T. Beck e Albert Ellis, i quali postulano che le rappresentazioni mentali del paziente (schemi, credenze, pensieri automatici) permettano di spiegare il disagio psicologico e il suo perpetuarsi nel tempo. Nella spiegazione dei disturbi emotivi, il ruolo giocato dagli eventi esterni è basato sul sistema di convinzioni e sulle esperienze del singolo individuo, ossia il modo di interpretare gli eventi sulla base di contenuti e processi cognitivi propri di quella persona. In quest’ottica, la mente è descritta come un sistema di scopi e conoscenze con cui un individuo valuta la propria esperienza e regola la sua condotta (Castelfranchi, Mancini e Miceli, 2002) e i sintomi non sono altro che l’espressione di attività finalizzata al raggiungimento di un dato scopo.
La terapia cognitivo-comportamentale è attualmente considerata uno dei modelli più efficaci per la comprensione e il trattamento dei disturbi psicopatologici: essa postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, evidenziando come i problemi emotivi siano il prodotto di credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo. La CBT si propone, quindi, di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali al fine di sostituirli o integrarli con convinzioni più funzionali.
La terapia cognitivo-comportamentale lavora insieme al paziente per stabilire gli obiettivi della terapia e si preoccupa di verificare periodicamente i progressi raggiunti. Paziente e terapeuta cooperano per sviluppare strategie che possano indirizzare il soggetto alla risoluzione dei propri problemi: entrambi sono attivamente coinvolti nell’identificazione e nella messa in discussione delle specifiche modalità di pensiero alla base dei problemi emotivi e comportamentali del paziente.
Promuovere l’accettazione in psicoterapia consiste nel favorire nel paziente uno stato mentale caratterizzato dalla consapevolezza che la minaccia a un dato scopo non è eludibile, quindi non è conveniente continuare a investire in tale direzione.
L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è un approccio di psicoterapia cognitivo-comportamentale sviluppato da Steven C. Hayes nel 1986 che presuppone che, anche nel pieno di una grande sofferenza, ci sia l’opportunità di trovare significato, scopo e vitalità. Lo scopo dell’ACT è quello di creare una vita ricca, piena e significativa mentre accettiamo il dolore che inevitabilmente la accompagna. In questo approccio non si mira solamente a ridurre la sofferenza umana, ma anche ad aiutare le persone a rendere la crescita un risultato della loro sofferenza, ad usare il loro dolore come trampolino per creare vite ricche e significative. Per questo, il modello pone l’accento sull’identificazione dei valori del paziente, che consistono in direzioni/scelte di vita su come vorremmo essere e su come vorremmo interagire con gli altri, con il mondo e con noi stessi.
L’obiettivo principale non consiste nel ridurre la sintomatologia, ma nella profonda modificazione della relazione che abbiamo con i nostri pensieri disfunzionali e le nostre emozioni negative. Il paziente è portato ad acquisire una maggiore capacità di discriminare le proprie esperienze interiori, imparando a riconoscerle ed accettarle per ciò che sono.
La Terapia Metacognitivo-Interpersonale (TMI) è un modello di psicoterapia sviluppato presso il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma nella seconda metà degli anni ´90. Il modello nasce a partire da osservazioni cliniche condotte principalmente sui disturbi di personalità e dall’esigenza di trovare strumenti terapeutici adeguati per trattare questi pazienti. Esso ha come obiettivo centrale lo sviluppo e il miglioramento delle abilità metacognitive, ossia quelle capacità che consentono all’individuo di riconoscere la presenza di stati mentali (emozioni, bisogni, pensieri) in se stesso e negli altri.
La TMI mira ad incrementare il funzionamento metacognitivo al fine di favorire il riconoscimento e l’integrazione di stati mentali problematici. Il terapeuta ha, inoltre, l’obiettivo di identificare gli schemi relazionali prevalenti che emergono nella relazione terapeutica e favorire nel paziente la consapevolezza degli schemi problematici (rappresentazioni di sé, dell’altro e di sé con l’altro) al fine di promuovere la capacità di monitorare il proprio mondo interno e di costruire schemi adattivi più funzionali.
La psicoterapia Sensomotoria è una terapia basata sul colloquio, orientata al corpo, sviluppata negli anni ’80 da Pat Ogden, con il contributo di Ron Kurtz (1990) e del metodo Rolf di Integrazione Strutturale (Rolf 1987). Questa è stata successivamente arricchita da contributi nei campi della ricerca sull’attaccamento, delle neuroscienze e della dissociazione, nonché delle psicoterapie psicodinamica e cognitivo comportamentale, orientate specificatamente al trattamento delle esperienze traumatiche dello sviluppo (Fisher and Ogden, 2009; Ogden & Minton, 2000; Ogden, Minton & Pain, 2006; Ogden, Pain and Fisher, 2006).
La psicoterapia sensomotoria supera i limiti della divisione mente-corpo e, in tal senso, si propone come uno dei metodi più promettenti e in grado di integrare approcci cognitivi di tipo top-down (pensiero-emozioni-corpo) come ad esempio la terapia basata sulla mentalizzazione, l’interpretazione, la CBT classica (Bromberg, 2008), con tecniche e modelli bottom-up (corpo-emozioni-pensiero) basati sul corpo, che non necessitano di funzioni superiori integre ma che possono contribuire ad integrarle. In particolar modo, tale approccio risulta efficace per la psicoterapia del trauma in seguito ad eventi ambientali o connessi all’attaccamento.
Il modello prevede tre fasi di intervento, ciascuna con i propri obiettivi, metodi e requisiti. La prima fase è dedicata alla riduzione e la stabilizzazione dei sintomi, la seconda al trattamento delle memorie traumatiche, la terza all’integrazione e riabilitazione della personalità.
L’Analisi Bioenergetica è una psicoterapia corporea ideata da Alexander Lowen (1956) che mira ad osservare i processi dinamici tra corpo e psiche lungo uno spettro senza soluzione di continuità.
L’intervento verbale conduce verso l’ascolto della respirazione, delle contratture croniche, dei “blocchi” del soma; il lavoro sul corpo, in modo complementare, riporta la terapia verso la comprensione analitica, che si arricchisce di vissuti profondi, di memorie implicite altrimenti inaccessibili.
L’aspetto verbale resta limitato, unilaterale senza l’accesso al corpo. I soli esercizi fisici non producono un nuovo livello di coscienza, più complesso e integrato. Per questo, in tale cornice teorica, viene data estrema importanza sia alla “estremità” fisica dell’inconscio – cioè l’inconscio biologico – sia a quella dell’inconscio “rappresentazionale” (ovvero quella che possiamo osservare ad esempio attraverso le immagini dei sogni).
La psicologia analitica è il complesso di teorie analitiche e di prassi psicoterapeutiche che riconoscono la loro origine nell’opera di Carl Gustav Jung (1875-1961). L’obiettivo dell’analisi junghiana è il raggiungimento dell’individuazione, permettendo al paziente di comprendere i molteplici fattori che influenzano il modo in cui si pone nei confronti delle proprie esperienze personali, interpersonali e culturali. Nel lavoro terapeutico, il paziente, più consapevole di sé stesso, diventa capace di riorientare la propria vita verso nuovi obiettivi.
Il modello junghiano della psiche appare il più appropriato per leggere l’espressione della vita onirica in tutta la sua complessità, onorando e rispettando la spontaneità e l’autonomia delle immagini dell’inconscio profondo: questo rispetto e questa cautela nell’ascolto di tali figure emergenti si danno nel fruttifero dialogo tra coscienza e inconscio, il quale guida e ispira il processo di individuazione, del divenire noi stessi.
Nel panorama contemporaneo, l’approccio conosciuto come psicoanalisi relazionale rappresenta una delle principali alternative alla teoria psicoanalitica classica.
La sua nascita si colloca tra gli anni sessanta e settanta negli Stati Uniti a partire dagli sviluppi della psicoanalisi neo-kleiniana, della scuola indipendente – o gruppo di mezzo – e della teoria delle relazioni oggettuali; al contempo si riconoscere l’influenza determinante che ha avuto il lavoro svolto da Heinz Kohut, il quale, cominciando ad elaborare la propria scuola – la Psicologia del Sé – ha introdotto un atteggiamento più empatico nei confronti del narcisismo, intenso nel suo sviluppo normale e non come disturbo di personalità, rendendo possibile una più ampia applicazione della clinica psicoanalitica anche a pazienti molto vulnerabili.
La teoria relazionale può pertanto essere considerata un’integrazione di concetti, posizioni teoriche e approcci psicoanalitici, che concentra la propria attenzione sulle relazioni personali, intrapersonali e interpersonali, fondandosi sull’idea che sono quindi le relazioni (interne o esterne, reali o immaginate che siano) ad essere centrali.
Partendo da questo presupposto teorico, il lavoro clinico si concentra quindi sull’analisi e sulle implicazioni che le relazioni hanno sulla vita del paziente, il loro ruolo nello sviluppo della personalità e del disagio esperito. L’obiettivo è quello di trovare nuove e più funzionali modalità per la gestione delle proprie difficoltà, in un lavoro di costante incontro tra analista e paziente in cui è dialetticamente possibile per il paziente ridefinire le proprie esperienze alla luce di una più profonda conoscenza di sé stesso.
